31/10/2010

CONTRADDIZIONI E PARADOSSI DEI CIBO

Intervista a Carlo Petrini

Chi è Carlo Petrini

Carlo Petrini, nato a Bra (CN) nel 1949, ha al suo attivo studi di sociologia e un costante impegno in politica e nell'associazionismo. Negli anni '80 fonda Arcigola, divenuta nel 1989 Slow Food, di cui è tuttora presidente internazionale.

Dalle sue idee sono nati il Salone internazionale del gusto di Torino, l'Università di Scienze gastronomiche e la rete di Terra Madre.


Negli ultimi anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali; attualmente è editorialista de la Repubblica e collaboratore de L'espresso e ha pubblicato, tra gli altri libri, Le ragioni del gusto (Laterza, Roma-Bari 2001), In Buono, Pulito e Giusto. Principi di nuova gastronomia (Einaudi, Torino 2005), Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo (Giunti Slow Food Editore, Firenze Bra [CN] 2009) e Gente di Piemonte (La biblioteca di Repubblica, Milano 2009).

Dal 21 al 25 ottobre prossimi si terrà a Torino il quarto incontro mondiale della rete di Terra Madre, <www.terramadre. info>, nata nel 2004 da un progetto di Slow Food, <www. slowfood.it>, per dare voce ai piccoli produttori e promuovere metodi di produzione alimentare sostenibili, in armonia con la natura e la tradizione. Carlo Petrini, fondatore di queste realtà, ha risposto ad alcune domande per aiutarci a comprendere l'importanza delle trasformazioni che sta subendo l'agricoltura, i rischi che queste comportano e le opportunità di far crescere alternative.

Signor Petrini, il sottotitolo del suo ultimo libro, «Come non farci mangiare dal cibo», suona piuttosto inquietante: che cosa significa?

Il cibo è stato spogliato dei suoi valori: conta soltanto il prezzo. Tutti si indignano se il prezzo del pane o delle zucchine aumenta di qualche centesimo, ma nessuno si chiede quanto guadagnino gli agricoltori, se la qualità dei prodotti non sia peggiorata nel tempo, se le tecniche di coltivazione, trasporto e trasformazione siano sostenibili, se ci sia rispetto per la biodiversità e per chi lavora la terra, se le persone siano realmente informate su ciò che mangiano. Oggi il sistema globale del cibo - per come si è strutturato sul modello dell'agricoltura industriale - sta facendo danni enormi alle nostre campagne, all'ambiente, alle persone che lavorano in agricoltura e alla nostra qualità della vita. E per di più non c'è settore agricolo che non sia in crisi.

Il cibo si è trasformato in un mero oggetto di consumo, alla stregua di tanti altri. Lo si può sprecare senza ritegno, non importa se la sua produzione toglie a tante persone la possibilità di vivere degnamente. Il cibo invece è ciò che più ci lega al mondo circostante e alla natura, è la rappresentazione più intima della nostra identità: purtroppo lo abbiamo lasciato in mano soprattutto a persone per le quali conta soltanto il profitto. Cinque multinazionali, attraverso il controllo su semi, pesticidi e fertilizzanti, direttamente o indirettamente controllano più della metà del nostro cibo. È per questo che il cibo «ci mangia»: esso non ci rappresenta più, ci priva della nostra identità e del piacere che può comunicare; mina fortemente gli ecosistemi, i terreni, le acque e l'aria; abbrutisce le persone, sia per le iniquità sociali che genera, sia perché diventa simbolo di quanto siamo rimasti soli in questa società consumistica. Se il cibo non è più buono, pulito e giusto, allora ci mangia. L'atto del mangiare, che dovrebbe essere piacevole, attivo, e metterci in relazione alla comunità in cui viviamo, invece resta passivo, lo subiamo e ne subiamo le conseguenze.

Il cibo è diventato una merce e la sua produzione un'industria: come Lei ha scritto, «non si produce più cibo per mangiarlo, ma per venderlo». Nascono qui anche le disuguaglianze alimentari, dallo spreco consumistico alla fame nel mondo?

Se si produce cibo per venderlo, non interessa se verrà sprecato o chi lo mangerà, perché sarà sufficiente che paghi. Inevitabilmente, un sistema del genere dà luogo a disuguaglianze. In Italia sprechiamo ogni giorno 4.000 tonnellate di cibo edibile: è uno schiaffo alla povertà, ma anche alla sacralità del cibo. Mio nonno a fine pasto raccoglieva le briciole e le metteva da parte, nel Mezzogiorno se il pane cadeva per terra lo si raccoglieva e lo si baciava prima di rimetterlo in tavola. Perché sprechiamo così tanto? Perché siamo vittime di bisogni indotti, perché non sappiamo fare la spesa e compriamo troppo rispetto a ciò che ci serve, perché ci mancano i fondamenti di economia domestica e non sappiamo conservare o riutilizzare gli avanzi. I frigoriferi, nati per conservare le scorte, oggi sono tombe di famiglia in cui avvizziscono verdure, fanno muffa i barattoli aperti, va a male il formaggio. Sono l'anticamera della spazzatura, anche perché se il cibo costa poco sarà più facile buttarlo via senza remore.

Su scala mondiale avviene la stessa cosa: dobbiamo produrre tanto per il profitto, e per fare questo non importa se rinunciamo a qualità, a vita sociale nelle campagne, a porzioni intere di natura. Sovvenzioniamo produzioni eccessive e inutili, che non andranno certo a nutrire chi muore di fame, come le tonnellate di mais che si coltivano negli Stati Uniti. Oppure produciamo per nutrire le bestie: a livello mondiale il 40% delle superfici coltivate è destinato all'alimentazione animale. Produciamo strutturalmente dei surplus, che poi vengono mandati con un'odiosa, finta magnanimità nei Paesi poveri in qualità di aiuti umanitari. Spesso questi aiuti finiscono sui mercati locali a prezzi irrisori, facendo concorrenza a coloro che producono il poco necessario per le loro famiglie e cercano di vendere le eccedenze del loro appezzamento. In questo modo si sono devastate le fragili economie africane, con la conseguenza che in tanti hanno abbandonato l'agricoltura per ingrossare le periferie delle megalopoli o per tentare la fortuna in Europa.

Che cosa comporta questa dinamica di industrializzazione del cibo?

Comporta che ci rimettiamo tutti, chi produce cibo e chi lo consuma. Gli agricoltori non guadagnano più niente. Per contro, finiamo per pagare cari alimenti di bassa qualità, come il latte che costa circa un euro al litro - a fronte dei 30 centesimi che vengono pagati ai produttori - ma è stato spogliato di tutti i migliori nutrienti, utilizzati in altri processi industriali. Un altro esempio è quello del pane: non è facile oggi in Italia trovarne di buono, che non diventi immangiabile a fine giornata. Sono alimenti di cui non conosciamo nulla: né la provenienza, né i trattamenti che hanno subito, o quali mani li hanno lavorati.

Agli agricoltori va riconosciuto un giusto prezzo, perché fanno un lavoro preziosissimo. Non possiamo pretendere di pagare un'inezia il cibo e pensare che esso sia prodotto senza danni all'ambiente e all'umanità che ancora, a fatica, popola le nostre campagne. Quei pochi centesimi che crediamo di risparmiare, finiamo invece per spenderli con gli interessi, se teniamo conto del valore di ciò che sprechiamo, dei danni ecologici e dei costi sociali che questo modello di produzione agricola comporta.

La centralizzazione e l'industrializzazione dei processi produttivi del cibo hanno finito per sottrarlo alle comunità, e se, in un primo momento, nel dopoguerra, hanno dato un buon impulso nella lotta alla fame, oggi questo sistema, pur producendo cibo sufficiente per 12 miliardi di persone contro i circa 7 miliardi di abitanti del pianeta, ne lascia un miliardo alle prese con fame e malnutrizione, mentre oltre un miliardo ha problemi di eccessiva o cattiva alimentazione. Malattie come diabete e obesità stanno raggiungendo le proporzioni di una vera e propria pandemia. Con questi risultati non si può considerare soddisfacente la produzione moderna del cibo. Il sistema va cambiato radicalmente e non possiamo aspettare che i politici o le aziende avviino questo processo. Siamo noi che dobbiamo riorientare il sistema alimentare, perché, come dice il mio amico Wendell Berry, «mangiare è un atto agricolo». Dobbiamo esserne consapevoli e tornare a essere soggetti attivi. Scegliendo ciò che mangiamo, orientiamo l'agricoltura, che è la base di ogni società: quando essa non esiste più, non c'è più civiltà, si smette di conoscere il cibo, di apprezzarlo, di considerarlo un elemento vitale.

In apparenza, per avere cibo buono e sano pare che inevitabilmente si debba pagare un prezzo più alto, mentre il cibo industriale sembra più economico. È così, oppure quest'ultimo presenta dei costi occulti di cui non ci rendiamo conto?

I costi occulti del cibo industrializzato esistono: stanno nell'inquinamento da pesticidi e fertilizzanti, da deiezioni animali, da trasporti eccessivi e inutili, nello spreco, nella produzione di spazzatura, nello sperpero di acqua ed energia, persino nell'infelicità che questo sistema genera. Ma cibo buono non significa necessariamente prezzi più alti. Premesso che è ingiusto mantenere un sistema che sta riducendo alla fame anche i nostri contadini, quelli del mondo «sviluppato», bisogna capire la differenza tra valore e prezzo. Le carote, ad esempio, vengono pagate ai contadini 9 centesimi di euro al chilo, mentre noi le paghiamo un euro. Se troviamo un contadino - basta cercarlo - che ce le vende direttamente, spenderemo meno noi e guadagnerà di più lui. Non possiamo continuare a sostenere un sistema che paga così poco i contadini. È uno scandalo. Il problema è che se ci rivolgiamo solo allo stesso sistema consumistico, in particolare alla grande distribuzione, che ha prodotto questi danni, per forza troveremo prezzi più alti per un po' più di qualità o garanzia. Fuori da questo sistema, invece, il vantaggio è di tutti. Senza diventare estremisti del locale o del biologico, esistono modi per avvicinare produzioni buone che sono anche convenienti. Dopodiché, la decisione di come utilizzare i propri soldi resta una scelta personale.

Come possiamo invertire la rotta, costruendo un diverso rapporto con il cibo, nel tentativo di ridurre l'ingiustizia alimentare e magari anche come uno strumento per uscire dalla crisi?

Dobbiamo iniziare a dare al cibo la giusta importanza, a non rifiutare il piacere che dà, perché è un inno alla vita. Dobbiamo mettere in atto comportamenti virtuosi, ad esempio iniziando a sostenere le economie agricole locali, cercando i prodotti che provengono dalla nostra zona; in stagione, che sono più sostenibili e più buoni. In molti attaccano l'idea di consumare cibo locale, perché dicono che rappresenti un ritorno al passato. Non dico che si debba mangiare esclusivamente locale, ma seguendo il buon senso sono tanti i prodotti che possiamo scegliere al posto di quelli più insostenibili. Cominciamo a comprare i pomodori dei nostri contadini, invece di importarli dalla Cina, ad esempio.

Purtroppo, non sono fiducioso nei confronti della politica e dei potentati economici, ma sono convinto che le singole persone e le famiglie possano fare tantissimo, soltanto con un po' più d'attenzione e un po' di tempo in più dedicato al cibo. È un falso mito che non abbiamo tempo, l'umanità non ha mai avuto nella storia tanto tempo libero come ora. Il problema è che cosa scegliamo di farne. Se si mette il cibo al centro delle proprie vite, si dà priorità a ciò che si introduce nel proprio corpo e si capisce come anche il cibo possa rappresentare un atto d'amore verso se stessi, verso i propri cari e verso il pianeta. È solo una questione di volontà, poiché in realtà i presupposti per tornare al cibo locale, sostenibile, buono, pulito e giusto ci sono. Ripartire in tutto il mondo da economie locali forti può essere una chiave, e lo si può fare nei Paesi ricchi come in quelli poveri.

Un giusto rapporto con il cibo, inoltre, ci può aiutare a stare meglio. I nostri comportamenti quotidiani infatti hanno una grande possibilità di influenzare non solo gli stili produttivi, ma anche il nostro stato di salute personale e collettivo. L'attenzione al livello di salubrità, al grado di trasformazione e raffinazione, alla freschezza del prodotto, all'uso di elevati quantitativi di vegetali di stagione (prodotti preferibilmente in modo integrato, biologico o biodinamico) e di cereali scarsamente raffinati deve orientare le nostre scelte nel cibo quotidiano. Impariamo a valorizzare quanto di buono e salubre ci possono offrire i cibi ben prodotti nella loro forma meno elaborata e raffinata. Salute personale vuol dire salute collettiva, meno costi per la società. In un periodo di crisi strutturale come questo, da cui non ci si risolleverà se non cambiando paradigmi, il cibo è la chiave per uscirne con un nuovo modo di rapportarsi con la natura e con noi stessi, per riavvicinarci al mondo, alle relazioni con gli altri, per tornare a comprendere che le cose hanno un valore al di là del prezzo e che non tutto si può comprare, vendere o sprecare.

In tema di agricoltura e di cibo, si sente parlare frequentemente di biodiversità e di organismi geneticamente modificati (OGM): sono due opposti inconciliabili o una loro convivenza è possibile?

Sono due opposti inconciliabili: a prescindere dalla salute, dalle questioni agricole o più prettamente scientifiche, gli OGM sono un prodotto dell'industria per l'industria. La loro coltivazione, aumentata, in 15 anni, da 1,7 a 134 milioni di ettari, si è concentrata in Paesi come USA, Argentina, Brasile (da soli contano circa 1'80% delle superfici), che già erano i principali produttori ed esportatori dei prodotti delle specie interessate, determinando una sostituzione di fatto dei prodotti Convenzionali con quelli Geneticamente Modificati. Le multinazionali non lavorano per debellare la fame nel mondo o difendere la biodiversità, ma puntano sulle varietà e specie che rendono di più, che meglio rispondono ai loro interessi e che sono la prosecuzione del modello che stanno imponendo. Anzi, ne sarebbero la punta di diamante. Non è soltanto una questione etica, medica, ecologica o di altri pericoli assortiti. È la questione di un modello che cerca sempre nuovi stratagemmi per imporsi, per conquistare il nostro cibo e le nostre vite. E incredibile con quanta facilità trovino alleati nei Governi o in noi stessi che, inconsapevoli perché non informati, facciamo il loro gioco comprando i loro prodotti senza opporci in sacrosante battaglie di civiltà. Io personalmente sono contro gli OGM sotto tutti i punti di vista, ma sarebbe sufficiente capire che sono come gli ibridi di mais iperproduttivi; sono prodotti studiati per monocolture vastissime, che consumano immense quantità di energia, rovinano i terreni, le campagne e chi le coltiva. Per la biodiversità non c'è niente di più pericoloso delle monocolture, OGM o non OGM che siano.

Che cos'è la rete di Terra Madre? Quando è nata? Quali sono i valori di cui è portatrice?

Terra Madre è un nuovo soggetto che, dal 2004, si è affacciato nel panorama politico ed economico globale. Nasce come un grande meeting di persone, soprattutto contadini e produttori di cibo, provenienti da ogni parte del mondo, e si trasforma presto in una rete permanente che lavora ogni giorno attraverso chi la compone nei diversi territori del mondo, per un nuovo modello economico, agricolo, alimentare e culturale. Dal 21 al 25 ottobre saremo alla quarta edizione del meeting che si terrà come sempre a Torino. Migliaia di contadini, pescatori, nomadi, indigeni, giovani, rappresentanti di università e cuochi e cuoche da oltre 153 Paesi si riuniranno in rappresentanza delle loro comunità del cibo. Ma Terra Madre non è soltanto un incontro, la rete è permanente e queste persone, all'interno delle loro comunità, realizzano un nuovo modello agricolo e del cibo, una nuova alleanza tra persone che vuole ridare dignità al lavoro e valore al cibo.

Terra Madre rappresenta un modo molto concreto di mettere in pratica ciò che è stato definito «glocalismo»: un insieme di azioni su scala locale per avere importanti ripercussioni a livello globale. Essa si evolve con il tempo, ha una sua politica, obiettivi a lungo e medio termine e valori condivisi, quali il viaggio e l'incontro, la possibilità che si dà a queste persone di uscire dalle loro comunità e di scambiare conoscenze, informarsi, crescere. Non c'è identità senza scambio, non c'è valore senza diversità. Queste persone si caricano di autostima, un valore fondamentale, la possibilità di continuare a credere che un altro mondo è possibile. Vi è poi anche l'intelligenza affettiva, una fraternità difficilmente riscontrabile altrove: coloro che vi partecipano sono uniti nella diversità, e la rete è retta da un'austera anarchia, perché nessuno vuole mettere un cappello ideologico su quello che fanno queste persone. Anche i più umili non hanno nulla da imparare: con il loro lavoro e lottando per la propria sovranità alimentare stanno già realizzando una vera rivoluzione umana, una rinascita di cui presto vedremo i frutti.

Da qui, Terra Madre conduce i suoi partecipanti a un passaggio successivo. Le comunità che appartengono alla rete infatti praticano economia locale e quindi favoriscono la partecipazione democratica: se il consumismo porta a una spersonalizzazione per via della sua carica omologante, e a inseguire freneticamente bisogni falsi, l'economia locale ci ricolloca nei nostri contesti e ce ne fa prendere carico. Le popolazioni, forti della sovranità alimentare, si sentiranno sovrane anche delle loro vite, in grado di gestire un processo democratico in prima persona, eliminando la legge della delega per tutto. L'economia locale ci restituisce i nostri luoghi e la nostra identità. La diversità fa paura, perché non è controllabile dall'alto, ma riponendo fiducia nelle comunità, che devono agire prima di tutto per il loro benessere, c'è la speranza che il governo delle nostre vite torni a essere nostro, vissuto come una comunità di destino, dove ognuno prende in carico quella porzione di mondo in cui ha avuto la fortuna di nascere o vivere.

In questo movimento, che ruolo attivo possono avere i giovani? E quali scenari educativi possono aprirsi?

I giovani in questo contesto possono trovare un senso per le loro vite. Possono scoprire nuovi lavori gratificanti e una nuova socialità. Mi è capitato di visitare comunità del cibo, per esempio in Georgia, negli Stati Uniti, in cui i giovani agricoltori si sono alleati con giovani chef e giovani famiglie per la vendita diretta, creando un sistema in cui nascono bellissimi ristoranti che sono più di una semplice attività commerciale, perché sono luoghi di ritrovo, punti di riferimento per la comunità. Promuovono i bravi contadini, da cui poi le famiglie si recano per fare acquisti. Nasce un sistema vivo, pregno di cultura, di voglia di fare e di cambiare le cose. L'agricoltura ha un potenziale incredibile per chi vuole scatenare la propria creatività: di solito la si associa al passato, alla vita grama dei nostri nonni, ma oggi ci sono grandi opportunità e con un po' di fantasia, intelligenza e rispetto per gli ecosistemi si possono fare cose incredibili, di grande modernità.

AGGIORNAMENTI SOCIALI, settembre ottobre 2010 – pag. 616-622

09:28 Scritto da: masters.m (Webmaster) in Notizie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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